Rischio demenza senile, un esame del sangue può escluderlo fino a 10 anni prima

Uno studio ha dimostrato come prevenire la demenza senile con un anticipo di dieci anni attraverso un esame del sangue. Tutto quello che c'è da sapere.

Andrea Gioacchini
Andrea Gioacchini
Classe '99, romano, si occupa di comunicazione editoria e giornalismo dal 2020. “Cerco pace in questo vento e scovo un soffio di lucidità” è il suo motto.
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Evitare il rischio di sviluppo di una forma di demenza senile potrebbe diventare presto una possibilità concreta. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine, sarà possibile risolvere ogni dubbio legato allo sviluppo di demenza, incluso il morbo di Alzheimer. Il tutto, attraverso un semplice esame del sangue.

La ricerca è stata condotta da un gruppo di studiosi del Karolinska Institutet di Stoccolma, in Svezia, ma ciò che risulta particolarmente significativo è la cospicua presenza e partecipazione di ricercatori italiani, un segnale forte e promettente per il nostro Paese.

Infatti, ben sette dei dodici membri del gruppo di ricerca sono italiani, un dato che testimonia l’importante contributo della scienza italiana in ambito internazionale.

Il gruppo ha dimostrato come specifici biomarcatori nel sangue possano predire lo sviluppo della demenza senile, con un anticipo fino a dieci anni.

Questo rappresenta un passo fondamentale verso una nuova era nella prevenzione medica, nonché un risultato straordinario per la ricerca scientifica. Ma andiamo a vedere più da vicino in cosa consiste questa innovativa scoperta.

Leggi anche: Alzheimer, uno studio italiano ha scoperto un nuovo gene che causa la malattia

Prevenire la demenza senile, la ricerca

L’obiettivo dei ricercatori dell’Aging Research Center del Karolinska Institutet, in collaborazione con SciLifeLab e il KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, è quello di poter prevedere lo sviluppo della demenza senile attraverso l’analisi di semplici esami del sangue.

Per raggiungere questo risultato è stata condotta un’analisi approfondita del potenziale diagnostico di specifici biomarcatori. Tra questi, il tau217 – un biomarcatore ematico altamente specifico per la malattia di Alzheimer –, il neurofilamento leggero, un altro indicatore del danno neuronale, e la proteina fibrillare acida della glia.

Sono stati successivamente analizzati i biomarcatori del sangue di oltre 2000 adulti, tutti con un’età superiore o pari a 60 anni. I risultati sono stati sorprendenti: a distanza di dieci anni solo il 17% delle persone coinvolte ha sviluppato una forma di demenza, con un’accuratezza dei biomarcatori pari all’83%.

Davide Vetrano, professore associato del dipartimento del Karolinska Institutet e autore senior dello studio, ha spiegato così la ricerca condotta:

I nostri risultati implicano che, se una persona ha bassi livelli di questi biomarcatori, il suo rischio di sviluppare demenza nel decennio successivo è minimo.

Questa informazione potrebbe offrire rassicurazione a chi è preoccupato per la propria salute cognitiva, poiché esclude potenzialmente lo sviluppo futuro di demenza.

I risultati incoraggianti non fanno però sbilanciare troppo i ricercatori, i quali hanno voluto sottolineare come il progetto sia ancora in una fase di studio e saranno necessari ulteriori modifiche.

Nonostante i risultati ottenuti siano estremamente incoraggianti, i ricercatori hanno voluto mantenere un approccio molto prudente nei confronti della ricerca.

Hanno infatti sottolineato più volte che, sebbene i dati emersi siano positivi e abbiano mostrato un potenziale significativo, il progetto si trova ancora in una fase di studio preliminare e che saranno necessari ulteriori verifiche.

“Questi biomarcatori sono promettenti, ma al momento non sono adatti come test di screening autonomi per identificare il rischio di demenza nella popolazione generale” ha sottolineato Davide Vetrano.

A tal proposito, Giulia Grande, assistant professor al Dipartimento Neurobiology, Care Sciences and Society del Karolinska Institutet e prima autrice dello studio, ha voluto chiarire così:

Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare come questi biomarcatori possano essere utilizzati efficacemente in contesti reali,

in particolare fra gli anziani che vivono in comunità o nei servizi di assistenza sanitaria primaria.

Dobbiamo fare un ulteriore passo avanti e verificare se la combinazione di questi biomarcatori con altre informazioni cliniche, biologiche o funzionali

potrebbe migliorare la possibilità che questi biomarcatori vengano utilizzati come strumenti di screening per la popolazione generale.

Leggi anche: Alzheimer e Parkinson, possibile nuova cura con vaccini e farmaci mRNA

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